Com’è possibile che un paesino sperduto tra le montagne abruzzesi, di soli 5000 abitanti, abbia una squadra di calcio che milita in Serie B? Già, bella domanda. Era questo uno dei dubbi più grandi che gli appassionati di pallone si ponevano nell’estate 1996. Non un vero e proprio dilemma shakespeariano, ma comunque degno di interesse, e perché no, di essere riportato anche in vari libri di letteratura.

Almeno alcune pagine di quella sportiva si è riusciti a riempirle, e un grazie va detto principalmente a Pietro Spinosa, Osvaldo Jaconi e alla vecchia compagine del Castel di Sangro, non tanto per la domanda in questione, ma per un sogno, o meglio dire un miracolo, che tuttora, a distanza di quasi vent’anni, continua a suscitare emozione, ma soprattutto fa capire che il calcio non è solo sinonimo di soldi e popolarità, ma anche di sudore, agonismo e passione. Ovviamente, stiamo parlando del “Miracolo di Castel di Sangro”.

Se Osvaldo Jaconi, allenatore della squadra abruzzese, verso la fine dei supplementari della finale dei play-off di Serie C1 contro l’Ascoli, non avesse fatto entrare il portiere di riserva Pietro Spinosa, mai sceso in campo in campionato, al posto del titolare Roberto De Juliis, indovinando la carta vincente per il successo ai calci di rigore, e anticipando di diciotto anni la mossa di Louis van Gaal con Tim Krul ai Mondiali 2014, probabilmente a quest’ora non staremmo trattando né della favola del Castello, né di uno scrittore americano.

Cosa c’entra uno scrittore, per giunta americano, con questa vicenda? E già, questo è un altro particolare intrigante, che solo una storia simile ci poteva regalare. Il personaggio in questione è Joe McGinniss, autore di bestsellers come “The Selling of the President”, “Fatal Vision”, “Blind Faith” e “The Last Brother”, e fu il primo “straniero” a rimanere ammaliato dal Castel di Sangro. Inizialmente del soccer non gliene importava granché, ma con l’avvento di USA ’94 e della straordinaria cavalcata degli azzurri, purtroppo terminata male, guidati da Roberto Baggio, cominciò ad appassionarsi, tanto da venire più volte in Italia a seguire dei match. Sentita la notizia della promozione in B, organizzò tutto il necessario e si mise in viaggio per l’Abruzzo dove, in accordo con la società abruzzese, in particolare con il proprietario Pietro Rezza e il patron Gabriele Gravina, l’attuale presidente della Lega Pro per intenderci, avrebbe seguito la squadra per tutta la stagione e scritto un libro, dal titolo “Il miracolo di Castel di Sangro”, raccontando sensazioni, retroscena e particolari inediti.

Appena arrivò in Abruzzo, capì subito che sarebbe stata un’annata difficile e travagliata, piena di insidie e ostacoli. Ma mai avrebbe immaginato che a creare problemi sarebbero stati gli stessi Rezza e Gravina. Se col primo risultò immediato il paragone con l’Impresario del significativo libro di Ignazio Silone, Fontamara, per via del suo carattere superficiale e prepotente, pure col secondo trovare un accostamento non fu particolarmente complicato, il cav.Pelino. Soprattutto quest’ultimo deluse nella gestione dei suoi compiti. Tra mosse di mercato non proprio edificanti, false promesse, e discutibili trovate pubblicitarie al fine di favorire la sua entrata in politica, la squadra non ebbe grandi miglioramenti. Inoltre lo stadio “Teofilo Patini” non venne ristrutturato in tempo, e non rientrando nei requisiti minimi della B, i tifosi furono costretti per i primi mesi ad andare in trasferta anche per le gare casalinghe.

Senza una rosa che potesse garantire quantomeno la salvezza, e senza un impianto casalingo, probabilmente solo un intervento divino avrebbe potuto dare una mano al Castel di Sangro. E all’inizio avvenne pure. La cosiddetta “potenza della speranza”, tanto citata da Gravina e tifosi, spinse il Castello nei primi tre incontri, dove arrivarono due vittorie “in casa” contro Cosenza per 1-0, con il primo gol nella categoria realizzato su rigore dal neo attaccante Danilo Di Vincenzo, e Cremonese per 2-0, con reti del centrocampista Claudio Bonomi e dell’attaccante Ernesto Verolino. Poi i limiti tattici, e le poche qualità tecniche dei ragazzi, cominciarono ad affiorare, con i soli Massimo Lotti, portiere arrivato nella finestra estiva dall’Albanova di C2, e che nel frattempo era diventato titolare, e Claudio Bonomi, da anni in Abruzzo e beniamino della tifoseria e pupillo di Jaconi, a tirare avanti la baracca a suon di parate miracolose e tiri potenti.

Il campionato andò avanti, e con esso aumentarono pure le sconfitte. Pesante la serie negativa di ko consecutivi senza andare in gol contro Palermo, Chievo e Ravenna, intervallata dal pari esterno di Empoli prima, 1-1 con rete dell’attaccante Giacomo Galli, e dalla successiva vittoria “casalinga” contro il Padova per 1-0, con a segno il solito Di Vincenzo, e ripresa con le disfatte contro Cesena, Brescia e Reggina.

Nemmeno l’inaugurazione del nuovo stadio portò entusiasmo all’interno dello spogliatoio. Anzi, il periodo nero era appena iniziato. Il 10 dicembre 1996 morirono tragicamente in un incidente stradale Danilo Di Vincenzo, l’autore della prima rete in B, e Filippo Biondi, giovane laterale sinistro, sull’autostrada A1 all’altezza di Orvieto, di ritorno da Firenze, dove in accordo con la squadra, si fermarono dopo la trasferta di Venezia. La disperazione e lo sconforto divennero tali, da convincere McGinniss a lasciare quasi l’Italia e di mandare all’aria l’intero progetto. Solo i ragazzi riuscirono a trattenerlo, che, spinti dalla voglia di onorare i due vecchi compagni, ad inizio ’97 riuscirono nell’impresa di ottenere tre vittorie di fila contro Lecce, Salernitana e Genoa.

Le motivazioni erano alte, e la salvezza non era più una chimera come ad inizio stagione. Nei successivi incontri i ragazzi di Jaconi racimolarono qualche punto prezioso, conquistando solo un successo con il Palermo al “Patini”, con l’unica e decisiva rete del neo attaccante Gionatha Spinesi, chiamato proprio per sostituire Di Vincenzo. I guai, però, tornarono in fretta, e a marzo venne arrestato il difensore Pierluigi Prete con l’accusa di spaccio di droga. Inoltre aumentarono sempre più i sospetti sulla società, in particolare su Gravina, indagato dalla Criminalpol insieme alla fidanzata di Prete per la vicenda. In un periodo buio, senza uno dei giocatori simbolo, e con continue questioni extracalcistiche, la compagine abruzzese faticò, e si riprese soltanto quando Prete venne rilasciato.

Con il suo ritorno infatti, il Castello ritrovò coraggio e fiducia, e vinse con Cesena, Reggina, ma soprattutto col Genoa a Marassi per 1-3, offrendo una magnifica prestazione, che tra l’altro risulterà l’unica soddisfazione lontano dalle mura amiche di quell’annata. Successivamente arrivarono altri punti importanti contro Venezia, Torino e Lecce, prima dell’incontro cruciale per la permanenza in B contro il Pescara. Il Castel di Sangro riuscì a batterlo per 2-1, con marcature dell’attaccante Pistella e del sempre più goleador Bonomi, regalando ai propri tifosi dopo una stagione travagliata, ma ricca di emozioni, l’insperata salvezza con una giornata d’anticipo.

Secondi molti, proprio in quella partita avvenne l’ultimo miracolo a disposizione del Castello, perché da lì in poi sarà una lunga Via Crucis, che passerà per: le accuse di corruzione fatte da McGinniss nel suo libro, per l’ultima sfida di campionato persa in cambio di denaro contro il Bari, con la seguente promozione in A di quest’ultima; le dimissioni di Jaconi nell’annata successiva a seguito degli altalenanti risultati; la vendita di giocatori chiave che porterà a un ulteriore indebolimento della rosa; i pochi investimenti fatti nel corso degli anni; le retrocessioni in C1 prima, e in C2 poi, fino al fallimento del 2005.

Del Castel di Sangro restano e rimarranno tanti ricordi: il rigore decisivo parato da Spinosa a Milana, nella finale degli play-off contro l’Ascoli; “il miracolo di Castel di Sangro” di McGinniss, con quest’ultimo morto nel marzo 2014 per via di un cancro alla prostata; il vulcanico “podestà” della città, Pietro Rezza, morto anche lui nel 2009; una salvezza straordinaria, culminata dalla strepitosa vittoria col Genoa a Marassi; le magie di Osvaldo Jaconi, capace di rendere Pietro Fusco, nato come attaccante, un difensore; le statue all’esterno del “Teofilo Patini” di Filippo Biondi e Danilo Di Vincenzo; ma soprattutto la storia di questa squadra che, nonostante sia fallita e ne abbiano fondate altre con nomi simili, resterà per sempre nel cuore degli appassionati, e non verrà mai dimenticata.