CR7, la Storia di Cristiano Ronaldo

Fenomenologia di un grande campione, reduce dall'ennesima prestazione maiuscola della sua carriera

Cristiano Ronaldo è antipatico, vanitoso ed egocentrico. Le gesta di CR7 sono spesso commentate dai social con un acronimo ambiguo: OMG. Oh my god, oppure organismo modificato in laboratorio? È inarrivabile come i divi di Hollywood e cura la sua immagina con lo scrupolo di una Chiara Ferragni.

Cosa rappresenta CR7

Quando Madeira, la sua città natale, con un prodigioso anticipo sulla sua morte decide di rendergli omaggio con una statua, CR7, di fronte all’opera ha da ridire. Il risultato finale, capace di cogliere l’impercettibile ghigno di Cristiano, appare troppo realistico per una divinità come lui che non tollera nemmeno le rughe d’espressione. Emanuel Santos e la sua famiglia passano mesi difficilissimi, tra atti di bullismo nei confronti del figlio e minacce di morte pervenute in forma anonima, off course. L’artista lusitano, invece di essere difeso dall’asso del Real Madrid è costretto a rifare l’opera da capo.

Ronaldo è l’ideale epigono di Ivan Drago, un cannibale spietato, una macchina divoratrice di record e conquiste. Come per l’avversario di Rocky Balboa, la sua maschera d’acciaio esprime solo una serissima imperturbabilità. Il suo carattere algido ha molte più cose in comune con una macchina prodotta da nervi, sudore, sangue e tutto quello che per sintesi chiamiamo cuore. Proprio per questo, Cristiano Ronaldo non è mai stato capace di creare quell’empatia che solo l’eroe (almeno una volta) sconfitto è capace di suscitare. Come nel Luis Nazario da Lima, Del Piero, Maradona e Francesco Totti. Tutti personaggi che per diventare simboli hanno dovuto percorrere la tortuosa via del calvario. Cristiano è il manifesto della regolarità e sarebbe il testimone ideale per un’azienda produttrice di macchine del tempo. Anche Leo Messi non scherza con le statistiche ma a differenza del portoghese è più somigliante a un Eroe Greco che a un Robot interstellare. Cristiano, scusate se continuo a chiamarlo così, ma per me di Ronaldo ce n’è uno solo, è talmente impersonale che non ha neanche un soprannome, espediente principe nell’umanizzare gli eroi da stadio. La Pulce, per l’appunto, ha rischiato di interrompere la sua carriera per seri problemi legati alla crescita.

Il gesto di ieri

Spesso è assillato da una grottesca sindrome da stress che l’ha visto più volte, davanti alle telecamere di tutto il mondo, colpito da improvvisi attacchi di vomito. Per quanti titoli e marcature abbia collezionato e continui a raccogliere con il suo club, in nazionale non è ancora riuscito a emanciparsi dall’ombra di Maradona. Una vittoria con l’Albi Celeste sarebbe il coronamento ideale per una carriera straordinaria come la sua, ma forse sono proprio le finali perse ad averlo reso più umano. (Ricordiamo le tre finali di Coppa America: Venezuela 2007, Cile 2015, USA 2015 e soprattutto il Mondiale brasiliano del 2014). Cristiano non ha debolezze, la sua faccia è una medaglia che non ha mai mostrato il suo lato fragile, ma ieri qualcosa è cambiato. Non mi riferisco a quella rovesciata. Si tratta solo dell’ennesimo gesto bionico di un campione abituato a stupire. È riuscito ad accompagnare la perfezione del gesto tecnico a un’inedita potenza se riferita alla storia delle rovesciate in cui, normalmente, il pallone è appena toccato.

L’espressione di Barzagli va oltre la cronaca sportiva ma simboleggia lo stupore di un’epifania. Lo stesso stupore l’hanno avuto gli sportivissimi tifosi dello Stadium, capaci di regalare al lusitano un’inaspettata standing ovation. A quel punto è arrivata la vera magia, la conversione. Ronaldo, questa volta se lo merita, si è trasformato in umano, e come tale ha sorriso del suo prodigio, si è inchinato di fronte agli applausi degli avversari e davanti ai microfoni per la prima volta, abbandonate le spoglie del divo, ha parlato come solo gli eroi sanno fare: “È stato un momento incredibile, devo ringraziare tutti i tifosi della Juventus, quello che hanno fatto è stato qualcosa di fantastico, non mi era mai accaduto durante tutta la mia carriera”. Da oggi anch’io lo chiamerò Ronaldo, se dovrò riferirmi al brasiliano specificherò con un “quello vero”.