Curiosità Mondiali 2018: la Storia di Lukaku

Molti pensano che il calcio sia solo un gioco. Credono che basti saper dare calci ad un pallone per arrivare lontano. Il calcio è sacrificio, è passione. Le ginocchia sbucciate, le corse a prima mattina, il cadere e rialzarsi più forti di prima. Storie di calcio o meglio di calciatori che ora calcano scenari importanti ma che per arrivare lì hanno sudato molto.

Oggi vi raccontiamo la storia di Romelu Lukaku, 25 anni, attaccante del Manchester United e del Belgio. Ieri all’esordio nel Mondiale in Russia ha siglato due reti che il giocatore ha dedicato alla madre e a quella promessa, oggi mantenuta, di diventare il calciatore più forte del mondo. Un’infanzia difficile per lui ed il fratello. La gioia ora condivisa di vestire insieme la maglia della Nazionale. La storia toccante di un ragazzo che dalla polvere si è rialzato e passo dopo passo ora vuole conquistare il Mondo.

Le parole di Lukaku

“Mio padre era stato un calciatore professionista, ma era a fine carriera e i soldi se ne erano andati. La prima cosa a sparire fu la TV via cavo: niente più calcio, niente più “Match of the Day”, niente più segnale. Poi capitava di tornare a casa e la luce non c’era più, niente elettricità per due o tre settimane per volta.

A volte volevo fare un bagno e non c’era acqua calda, così mia mamma ne scaldava un po’ sul fornello e io me la versavo in testa con una tazza. Sapevo che eravamo in difficoltà, ma quando la vidi allungare il latte con l’acqua capii che avevamo toccato il fondo. Che questa era la nostra vita.

Quel giorno feci una promessa a me stesso e a Dio. Fu come se qualcuno, schioccando le dita, mi avesse svegliato. Sapevo esattamente cosa dovevo fare e cosa avrei fatto. Non potevo vedere mia madre vivere in quel modo. La gente ama parlare della forza mentale nel calcio. Beh, io sono il tizio più forte che incontrerete mai.

Perché mi ricordo quando con mio fratello e mia mamma stavamo seduti al buio, recitando le nostre preghiere e e pensando, credendo, sapendo…succederà. Un giorno la trovai in lacrime e allora le dissi che tutto sarebbe cambiato, che avrei giocato nell’Anderlecht: avevo sei anni, chiesi a mio padre a che età si può diventare calciatori professionisti. Lui disse a 16, così dissi: “Ok, 16 allora”.

Volevo diventare il miglior calciatore nella storia del Belgio, questo era il mio obbiettivo. Non bravo, non grande. Il migliore. Giocavo con così tanta rabbia per diversi motivi: per i topi che circolavano nel nostro appartamento, perché senza tv non potevo vedere la Champions League. Per come quei genitori quel giorno mi avevano guardato. Avevo una missione.

Vorrei che mio nonno fosse qui per vedere tutto questo. Non la Premier, o il Manchester United, la Champions League o i Mondiali. Vorrei che fosse qui per vedere la vita che possiamo fare adesso. Vorrei poterlo chiamare per dirgli “Vedi? Te lo avevo detto. Tua figlia sta bene, non ci sono più topi in casa, non dobbiamo più dormire sul pavimento. Stiamo bene.…un’altra edizione dei Mondiali, e stavolta mio fratello giocherà con me. Due ragazzi dalla stessa casa, dalla stessa situazione, che ce l’hanno fatta. Sapete una cosa? Stavolta mi ricorderò di divertirmi. La vita è troppo breve per essere sprecata con stress e preoccupazioni…”

Romelu Lukaku