Curva Nord Lazio, Lettera al Corriere dello Sport

Un delegazioni di tifosi della Curva Nord ha inviato una lettera aperta al Corriere dello Sport in vista del derby Lazio-Roma, in programma domenica allo stadio Olimpico. I supporters biancocelesti hanno voluto spiegare i motivi che li spingono allo sciopero del tifo contro le barriere divisorie presenti in entrambe le curve dello stadio.

Questo il testo integrale della lettera:

Si sono dette e scritte tante cose in merito alla decisione della tifoseria di disertare la Curva Nord in questa stagione. Per noi una scelta, operata a malincuore, sulla quale vogliamo fare definitiva chiarezza. Le barriere rappresentano solo l’ultimo dei problemi e non certo “il problema”. Si è trattato, a nostro avviso, dell’ennesimo provvedimento casuale, dettato da eventi non necessariamente legati alla Nord e dalla pressione mediatica. Per noi, semplicemente una goccia che ha fatto traboccare un vaso già ricolmo. I provvedimenti di questi anni dimostrano come sia difficile per chi prende talune decisioni farlo in assenza del coinvolgimento di tutte quelle componenti che gravitano all’ interno del pianeta calcio, compresi i tifosi che non sono scevri da errori ma che tanto potrebbero insegnare poiché certe norme le subiscono sulla propria pelle. Con questa lettera aperta è nostro desiderio, oltre che dare testimonianza del nostro pensiero, anche mettere al corrente tutti di ciò che domenicalmente è costretta a vivere la gente, soprattutto dei settori popolari. Cosa accade oggi nelle curve? Ecco alcuni esempi legati agli ultimi provvedimenti.

Viene multato chi cambia posto. Viene da pensare che chi ha studiato questa “norma” a tavolino, probabilmente in una curva non ci sia mai stato. Le norme non si dovrebbero studiare senza… studiare. Chi intorno a un tavolo decide (da un giorno all’altro sulla spinta mediatica) sa che il posto viene spesso cambiato anche solo perché sporco? O perché il numero del seggiolino è assente o cancellato dal tempo? O perché davanti ci sono barriere (cemento, vetro…) che limitano la visuale di uno stadio in cui è stato sfruttato ogni centimetro disponibile per motivi economici (PS. anche nella costosa Monte Mario i posti sono troppo vicini l’uno con l’altro e le file strette. Scomodità intollerabili, immaginiamo, per chi spende tanti soldi per un biglietto o un abbonamento)? O anche solo per pioggia visto che in questo stadio così moderno, salire di dieci o venti file non impedisce minimamente allo “spettatore pagante” di bagnarsi? Ma spesso si può cambiare posto, come da sempre avviene, anche solo per stare vicino a un amico. O per vivere più da vicino il tifo organizzato, fiore all’occhiello e cuore pulsante del sistema calcio… Da sempre è così e nessuno mai si è lamentato. 

Altro giro, altra corsa. È proibito avvicinarsi alle vetrate o appoggiare striscioni sulle stessa. Quelle vetrate che rappresentano il motore del tifo, oggi, al posto di tanti ragazzi vedono tanti fratini gialli e deserto.Da quando è nato il calcio mai avevamo assistito a un provvedimento più “singolare” che cancella, in un colpo solo, anni e anni di consuetudini, anni e anni di “normalità” con la “scusa” della sicurezza all’interno della curva. Ma chi lo stadio lo frequenta da anni rimane basito e ricorda che, la mancanza di sicurezza avviene, casomai, per la voglia di sfruttare la passione. Come nel caso delle uscite di sicurezza sul campo che vennero montate nella curva solo dopo una raccolta firme dei tifosi. I maghi della sicurezza se le erano semplicemente… scordate. Possibile?

Questa è la storia in breve: quando lo stadio venne ristrutturato per i Mondiali del 1990, esistevano due uscite ai lati della curva ma… non esistevano i distinti. Una volta montate le prime barriere, allo scopo di creare settori più remunerativi, la parte centrale della gradinata, l’attuale curva, rimase senza l’uscita di sicurezza. Queste furono garantite solo dopo migliaia di firme raccolte, iniziativa popolare del gruppo organizzato “Irriducibili”. In questo, come in tanti altri casi, è stata la gente ad essere più lungimirante e attenta a certe garanzie minime. Ma chi frequenta la curva sa che sono fondamentali anche i percorsi orizzontali (il vecchio Olimpico ne era pieno) e tante uscite verso l’esterno immediatamente raggiungibili (il vecchio Olimpico ne era pieno) affinché i tifosi non debbano essere costretti a lunghe file su scale strette, buone per entrambi i “sensi di marcia”. Verrebbe spontanea la domanda: perché è stato distrutto uno stadio così sicuro, peraltro monumento in marmo e travertino? I cittadini, che ormai certe cose le hanno cominciate a capire, possono darsi una risposta.

Una seconda domanda sorge spontanea: cosa succederebbe oggi se accadesse un altro caso-Paparelli in questo stadio monumento alla modernità e dai costi di costruzione stellari? Uno stadio in cui si sono investiti tanti tanti soldi e che nemmeno è stato terminato, visto che la Tevere è parte in marmo, memoria del tempo passato, parte in legno e parte in un materiale che tanto assomiglia a lamiera…Insicurezza, quindi. Ed anche disagi. Ed ancora… Il tifoso che va allo stadio è soggetto a interminabili file all’ingresso dove vi sono non solo ultras ma famiglie, bambini, disabili. File generate da tornelli, pochi, controlli molti dove, ai tifosi, viene chiesto talvolta anche di togliere le scarpe. Tutto ciò, statistiche alla mano, in un periodo in cui situazioni pericolose, all’interno degli im, sono da tempo in diminuzione. Un sistema che allontana dagli stadi. I tifosi lo scrissero già alla fine degli Anni ’80 con i propri mezzi, gli striscioni e i volantini. Sfruttare questo calcio fino all’esasperazione, sottolinearono, condurrà all’esaurimento un fenomeno popolare unico al mondo. Voler massimizzare un profitto fino all’esasperazione porterà all’implosione di tutto il sistema.

Oggi andare allo stadio è complicato. Eccone solo alcuni esempi. Orari improbabili: partite di Coppa giocate al pomeriggio o alle 19 di un giorno feriale. Con prezzi che non permettono una continuità di accesso ai più e, comunque, non alle famiglie che, di fatto, rappresentano il nucleo primo in cui si coccola la lazialità. E che dire della difficoltà, aumentata in tempi recenti, di arrivare con la macchina nei pressi dell’impianto? Anche i parcheggi creati ad hoc ed utilizzati da sempre, sono stati proibiti. I tifosi sono costretti a parcheggiare dall’altra parte del Tevere e questo i giornalisti che hanno accessi privilegiati forse non lo vivono domenicalmente. Gli autobus non ci sono come una volta e ci si chiede perché i modelli più meritori non siano stati ricopiati nel tempo. I meno giovani ricordano oltre alla presenza delle linee storiche, la fila di autobus, la linea 121, fuori dallo stadio in attesa dei tifosi. Decine e decine di mezzi pronti alla partenza direzione Stazione Termini con tante fermate intermedie… A questo aggiungiamo la difficoltà di acquistare il tagliando ed ancor più nel giorno della partita. Un solo punto vendita per i biglietti popolari, vicino allo stadio (…il Flaminio, però), con file lunghe anche in questo. Senza affrontare in questa sede il tema di una presidenza, sul quale tutti sanno cosa pensiamo… Un salto a ostacoli del quale i tifosi sono saturi.

Ma tutto questo a chi conviene? Quelli che oggi guadagnano in questo sistema sono proprio così sicuri di voler minare le sue storiche tradizioni? Siamo tutti concordi con il fatto che il calcio abbia raggiunto questi livelli anche grazie al calore e al calore della gente? Degli ultras e delle famiglie che tra prezzi, parcheggi, difficoltà di prendere un biglietto (alzi la mano chi, tra coloro che stanno leggendo, non hanno vissuto un momento come quello in cui il papà, durante il pranzo della domenica, dice «c’è il sole, andiamo allo stadio…». Oggi non è quasi più possibile…) si stanno ormai allontanando. È normale che anche ai giocatori sia ormai vietato di venire a salutare i propri tifosi in casa o in trasferta alla fine di una partita? Tifosi che si sono magari accollati migliaia di chilometri per una trasferta europea?

Oggi anche il divieto di utilizzo di megafoni (peraltro presenti in altre piazze italiane ed europee), di mezzi di diffusione sonora, di fumogeni, le difficoltà sopra esposte nell’andare allo stadio e tanto altro stanno rompendo un giocattolo. Sono ancora una volta i tifosi a dare l’allarme. “Uomo libero? No tifoso”: anche questo era uno striscione di tanti anni fa. Ed insieme un grido d’allarme. Il tifoso non è considerato un normale cittadino ma semplicemente, nell’accezione meno nobile del termine, un… tifoso. Un recente esempio, solo un esempio tra i tanti, è la trasferta di Bologna che è stata vietata dopo che i tifosi avevano già acquistato il biglietto della partita (regolarmente messo in vendita), del treno e qualcuno aveva programmato anche un week end con prenotazioni alberghiere. Tutto questo per un atto addebitato a 21 persone, nella precedente trasferta di Firenze, già identificate e diffidate e quindi impossibilitate a seguire la Lazio nella trasferta successiva. Nessun giornale, nessuna associazione e tantomeno la società sono intervenuti con forza in un caso in cui in gioco c’erano diritti dei cittadini e non di “semplici” tifosi. I laziali vengono trattati così, in Italia come in Europa, da Bologna a Varsavia. Molti altri no. La Barcaccia, silenziosa vittima, ringrazia.

La Curva Nord

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