Italia, è il momento di crescere. Germania e Belgio come modelli da imitare

Il giorno dopo l’eliminazione dell’Italia ai playoff per Russia 2018, si sprecano le accuse. Da Ventura, a Tavecchio, passando per i giocatori, non si salva quasi nessuno. Lungi da noi voler difendere qualcosa di indifendibile, ma siamo arrivati ad un punto di non ritorno. I mondiali del 2010 e del 2014 hanno provato a dare una sveglia, ma il calcio italiano non si è voluto mettere in discussione e ancora una volta, ha fallito.

E’ arrivato il momento di smetterla con le solite frasi “basta stranieri in Italia“, “giocano troppi stranieri nei club” di salvianiana (e non solo) memoria. Il problema non è questo è lo dice la storia del calcio italiano. Giusto per buttare giù due dati: dopo il mondiale in Sudafrica la Federcalcio impone la regola del limite di massimo 3 giocatori extracomunitari in una rosa. Regola che resiste ancora oggi. Per guardare ad un altro periodo nero della Nazionale Italiana, torniamo indietro nel 1966. L’Italia viene da due eliminazioni cocenti al mondiale e la soluzione secondo la federazione e di chiudere le porte agli stranieri. In quel momento la percentuale di stranieri in Serie A era dell’8,8%. Negli anni successivi il campionato italiano vive anni di buio, fino al 1980, quando vengono riammessi. “Caso” vuole che due anni dopo si vince il mondiale.

Questo per sottolineare come le reazioni frenetiche e non ragionate non portano a nulla. L’Italia di Prandelli nel 2012, quella di Conte del 2016 e forse anche i risultati della Juventus, nascondono il grave problema del calcio italiano. Forse spiace dirlo ai più patriottici, ma bisogna seguire due modelli: quello tedesco e quello belga. Germania e Belgio hanno vissuto a cavallo dei due millenni un periodo nero della loro storia. Gli attuali campioni del mondo si presentarono ad Euro2000 con una squadra anziana e impresentabile, segnando solo un gol uscendo al primo turno. Il Belgio nel 1998 in Francia uscì al primo turno lasciando solo segnali negativi. Da allora queste due nazioni, con due metodi simili, hanno risollevato il loro calcio, portandolo ai livelli più alti.

Grazie anche all’analisi di un sito come Serieaddicted.com che 3 anni fa scrisse alcuni di questi dati, cerchiamo di comprendere i due modelli che dovrebbero far scuola.

Belgio. In Belgio si collabora. Il sistema giovanile è il frutto di integrazione tra governo nazionale, federazione, club calcistici e scuole. Funziona a Piramide: alla base ci sono le selezioni regionali (dagli under 12 agli under 17), dove 200 scout visionano i calciatori di diversi campionati locali. Al livello successivo ci sono le Topsport Schools: otto centri sparsi per il Paese che consentono ai ragazzi, tra i 14 e i 18 anni, di allenarsi sotto la guida di allenatori scelti dalla federazione belga. I giovani vengono selezionati dalle giovanili dei club di prima divisione e dalle serie inferiori. Nelle TopSport schools i giovani vengono seguiti anche a livello individuale e si lavora sia sui fondamentali che su tattica e tecnica.

Queste scuole non sostituiscono gli allenamenti con le squadre di appartenenza. Sono un contributo in più, in un ambiente in cui si migliora come calciatori, come uomini e, soprattutto, si assorbe la filosofia calcistica belga. Perché i ragazzi lavorano quattro giorni a settimana con allenatori che hanno l’obiettivo farli crescere tecnicamente, prepararli per la nazionale maggiore senza l’assillo del risultato a tutti i costi. E abituarli al 4-3-3. In Belgio infatti (come in Germania) si è deciso di adottare un preciso stile di gioco: al di là del modulo i giovani diavoli rossi vengono istruiti al pressing alto e alla difesa a zona. Il risultato è che, una volta in nazionale maggiore, i tempi di ambientamento sono ridotti al minimo. Nel 2012-2013 le TopSport schools hanno consentito a 337 calciatori di avere 250 ore extra di allenamento specifico. Courtois, Mertens, De Bruyne, Dembélé, Witsel hanno frequentato proprio queste “università” del calcio. Al livello più alto della piramide ci sono le selezioni giovanili nazionali, di cui tre femminili.

A questo sistema si affianca un lavoro importante di relazione tra la federazione calcistica belga e i club professionistici. Con una serie di incontri annuali per pianificare il lavoro e risolvere le divergenze che si creano in questi casi. E anche gli allenatori federali devono frequentare una scuola di formazione prima di poter allenare in questo sistema. Poi ci sono altri elementi che vanno al di là di qualsiasi pianificazione. Non c’è dubbio che i belgi acquisiti abbiano dato un contributo decisivo – sia fisico che tecnico – alla nazionale. Quelle di Moussa Dembélé, Romelu Lukaku, Nacer Chadli, Divock Origi, Vincent Kompany, sono storie di un’integrazione riuscita. Va anche detto, però, che il Belgio ha un sesto della popolazione dell’Italia.  Questo per dire che può attingere da un bacino di potenziali calciatori nettamente inferiore al nostro.

Germania. In un Paese che supera di dieci volte l’estensione del Belgio e di otto volte la popolazione, il sistema è naturalmente più complicato. Ma la filosofia è la stessa: federazione e club lavorano insieme, i talenti si vanno a cercare in tutto il Paese, un’opportunità si dà a tutti e l’idea di calcio che si insegna è la stessa, a ogni livello. Nella piramide tedesca, alla base ci sono 390 “training camps” per tutto il Paese. Coinvolgono 14.000 bambini, non solo tesserati per un club. Ognuno ha la possibilità di essere notato dagli allenatori della federazione tedesca. La filosofia è: se il più grande talento della sua generazione è nato in un paesino sperduto in mezzo alle montagne, questo verrà scovato. Se va male, avrà comunque fatto attività fisica e avrà imparato a convivere e a giocare con ragazzi di tutte le età. Questa è la base dello scouting della futura Nationalmannschaft e, secondo le linee guida della Dfb, a questo livello non c’è pressione per il risultato. I training-camps non sono stati aperti e dimenticati: la Germania ha allenato nuove figure professionali, un po’ allenatori, un po’ dirigenti: questi 29 coordinatori hanno il compito specifico di girare tra i 390 vivai per organizzare e uniformare i metodi di allenamento e tenere vivo il rapporto con i club locali.

Al livello successivo ci sono le elite schools: sono 28 in Germania e accolgono ragazzi tra gli 11 e i 20 anni. Come le TopSport belghe, queste forniscono un allenamento ulteriore a ragazzi che già appartengono a qualche club. Si va dal piccolo fenomeno del Bayern Monaco al ragazzino che gioca per la propria piccola squadra locale. Anche qui i programmi sono standardizzati. Per Aprire una scuola come questa vanno rispettate regole ben specifiche. Tra gli standard, c’è anche quello tattico: in Germania le scuole calcio federali educano i ragazzi al 4-3-1-2. Esattamente quello messo in campo – con qualche adattamento – da Joachim Löw.

Ancora un passo avanti ed ecco i 45 centri di eccellenza. Qui arrivano i migliori giovani tedeschi. Ragazzi che secondo i tecnici federali, hanno concrete possibilità non solo di giocare a livello professionistico, anche nei più importanti club del mondo. Nei centri di eccellenza si insegna a giocare e a comportarsi da veri professionisti, si educa al concetto di squadra al di sopra delle individualità, si formano i futuri leader della nazionale, stimolandoli a dare il massimo anche sotto pressione. In Germania, come in Belgio, il timone dell’intero movimento calcistico è in mano alla federazione, che fissa gli standard e detta le regole ai club. Un esempio? I club di prima e seconda divisione devono avere un settore giovanile accreditato dalla Dfb. Chi non si attiene perde la licenza. E ogni tre anni gli ispettori federali verificano che gli standard di qualità siano rispettati scrupolosamente. I club devono rispondere a un questionario di 800 domande. Ma a giudicare dai numeri, i club tedeschi puntano molto volentieri sui loro vivai: ogni anno solo le squadre di Bundesliga investono circa 100 milioni di euro nei settori giovanili. Ed è forse questa la differenza più importante. L’investimento nelle giovanili, dal basso, con regole specifiche e continui controlli della federazione per farle rispettare.

Poi ci sarebbero le squadre B e non il campionato primavera, formula che limita i giovani calciatori ad un campionato che prepara davvero poco per il salto tra i grandi. Ma questo è già uno stadio successivo delle cose. Come dimostrato dai modelli belga e tedesco, si deve partire dal basso. La nostra fortuna forse sta nel fatto che non siamo messi male come lo erano Belgio e Germania al tempo, e potremmo attuare questa “riforma” senza subire anni troppo difficili. Ci vuole la volontà di tutti, ci vuole collaborazione tra federazione e club. Oppure si può sperare in quelle annate fortunate, in cui si riescono a formare 10 campioni, metterli insieme come nel 2006 e sperare in un altra vittoria epocale. Per poi sprofondare ancora per 10-12 anni, o di più. Ma non sembra la strada migliore.