Serie A, stop di Genoa e Samp: meglio fermare tutti o nessuno?

A pochi mesi dalla tragica morte di Davide Astori, il crollo del viadotto Polcevera sulla A10 ripropone il dubbio sul fermare i campionati in casi come questo

La sottile linea tra ciò che bisognerebbe fare e ciò che viene fatto ha una consistenza esile. Il confine si chiama sensibilità, tatto. Arbitrarietà, forse, rende più l’idea, come quella che in Lega calcio hanno provato ad applicare decidendo lo stop di Milan – Genoa e Sampdoria – Fiorentina.

Oggettività Un fatto incontrovertibile. Il crollo del Ponte “Morandi” a Genova, una tragedia la cui conta delle vittime è uno dei calcoli più difficili da effettuare. Da qui un altro tema da affrontare. Giocare o non giocare? Dubbio che ciclicamente, in concomitanza di drammi sociali o sportivi, si ripropone. Solo lo scorso 4 marzo, con la morte di Davide Astori, il dilemma si era palesato nuovamente. Una perdita interna, diretta, col mondo del calcio suo malgrado protagonista ma con, in breve, un dolore condiviso da chiunque. Quella 27^ giornata di serie A non si disputò, fu recuperata più avanti, nonostante tutto il mondo attendesse con ansia il derby di Milano, tornato a valere. Polemiche, anche allora, con l’opinione pubblica sospesa tra quanto fosse giusto giocare o fermarsi.

Stop giusto o sbagliato? La verità, senza se e senza ma, è che con la morte del capitano della Fiorentina fu sacrosanto fermarsi a riflettere. Troppo brutale, troppo inaspettata, troppo crudele e, soprattutto, troppo fresco quell’addio – avvenuto poche ore prima di scendere in campo – per indossare scarpette, calzoncini e fare finta di niente. Una decisione di stomaco e testa allo stesso tempo quella di Roberto Fabbricini, commissario straordinario della FIGC.

Altrettanto corretto sarà posticipare il debutto delle squadre genovesi in questo campionato. Impossibile fingere che nulla sia accaduto. Giusto anche che il resto dei match vada in scena. Non per insensibilità del resto d’Italia e non solo per dare il solito segnale che la vita va avanti. Ma solo perchè una risposta univoca non c’è. Non giocare sarebbe stato un enorme segnale di vicinanza alle vittime. Giocare fa parte di un meccanismo enorme che deve andare avanti. Stesse ferite, cure diverse: che vinca il rispetto.