Amarcord: il ricordo di Agostino Di Bartolomei a vent'anni dalla sua morte

Il calcio e la vita, parentesi infinite che a volte si incrociano per generare felicità o tristezza. Quando la gioia raggiunge l’apice ogni uomo pensa di essere arrivato a quel bene sommo che tutti cercano, difficile da trovare, facile da perdere. La storia di Agostino Di Bartolomei è descritta dalla fusione appunto di immensa gioia e profonda tristezza, conclusa poi con un tragico suicidio.

Di Bartolomei nasce, cresce, matura come tifoso romano, sogna di vestire la maglia della sua squadra e di alzare lo scudetto per la seconda volta come fece uno dei suoi idoli Amadeo Amadei. Agostino ci riuscirà, sarà uno degli eroi del secondo scudetto giallorosso, diverrà il capitano della sua squadra, la porterà in finale di Coppa dei Campioni. Cosa poteva desiderare di meglio… eppure fu solo l’inizio della sua lenta decadenza calcistica che lo portò ad una distruzione psicologica.

30 Maggio 1984, stadio Olimpico, la Roma è una squadra fantastica guidata da uno dei più grandi allenatori del calcio Nils Liedholm, composta dai campioni del mondo Conti e Graziani, dal talento del brasiliano Falcao e da quel libero con il numero 10 Di Bartolomei. La squadra giallorossa affronta il Liverpool, una squadra che esprimeva al meglio il calcio inglese, quel calcio che ancora oggi invidiamo. La partita è infinita, la Roma va più volte in vantaggio ma viene raggiunta dagli inglesi. Si va ai rigori, quella che poteva essere una giornata di festa nel proprio stadio diventa invece l’epilogo di una squadra che per alcuni minuti era stata sul tetto d’Europa.

Il rigore lo sbaglia Graziani, ma a metterci la faccia è Di Bartolomei, quella partita segnerà la sua carriera. Dopo la Roma Agostino passa al Milan, ma ormai la sua figura è in discesa, lo attestano le ultime due squadre della sua carriera il Cesena e la Salernitana. Dieci anni dopo quella finale, Di Bartolomei si uccide lasciando un bigliettino nel quale spiegava il motivo: il calcio gli aveva chiuso le porte, la sua vita stava perdendo di senso, di quel numero 10 che correva nel campo dell’Olimpico era rimasto solo il ricordo.

Il mondo del calcio è rimasto muto, molti sapevano ma non hanno fatto niente per evitare la strage. Noi invece oggi a vent’anni dalla sua morte vogliamo ricordarlo e tributargli un articolo della nostra rubrica Amarcord. Ciao Agostino.

 

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