Non ci resta che dire "Grazie Presidente"

Chi tifa Inter, giovane o vecchio che sia, ha sicuramente legato la sua fede per i colori nerazzurri alla famiglia Moratti. Prima il presidente Angelo, poi suo figlio Massimo hanno fatto grande, grandissima l’Inter portandola sul tetto d’Italia, d’Europa e del Mondo. 

Chi tifa Inter, dopo il comunicato ufficiale che ha sancito la cessione del 70% dell’Inter all’indonesiano Thohir, l’ennesimo magnate-sceicco che viene a divertirsi col calcio degli europei, non può non aver versato anche una sola lacrima per ringraziare il presidente uscente. Io sono tra questi.

Moratti Coppa Uefa Inter
Massimo Moratti portato in trionfo a Parigi, dopo la vittoria della Coppa UEFA 1997-1998

Ho 26 anni, conosco la Grande Inter degli anni Sessanta solo attraverso la tv e gli articoli sul web, ma posso dire di essere cresciuto con un’altra Inter, altrettanto grande e vincente. Ero bambino, vedevo Ronaldo correre in campo, fare doppi passi, finte ubriacanti, gol a grappoli a chiunque e mi legavo sempre più ai colori nerazzurri. E, a quei tempi, Massimo Moratti era già presente. Avevo 11 anni ed ero contentissimo di vederlo mentre sollevava, al Parco dei Principi, il suo primo trofeo da presidente, quella Coppa Uefa conquistata stritolando la Lazio per 3-0 in finale. Segnò anche Zanetti, uno che di gol ne ha fatti pochi: era destino che quella serata dovesse entrare nella storia dell’Inter. Zanetti è stato il primo calciatore acquistato da Moratti e ha vissuto a pieno questi diciotto anni: anche lui, stasera, si sarà sicuramente commosso e forse anche il suo ciuffo non sarà stato così inossidabile.

Ero amareggiato, come tutti gli interisti, anche quando non fischiarono il rigore per fallo di Iuliano su Ronaldo. Moratti, da gran signore, non si lasciò condizionare da quelle polemiche. Con la sua eleganza accettò il verdetto, seppur ingiusto, di quel campionato. Gioivo e mi disperavo negli anni bui tra il 1998 e il 2004: erano gli anni di Okan Buruk, di Vampeta, di Guglielminpietro, del doppio scambio Seedorf-Pirlo al Milan e Brncic-Coco in nerazzurro, di un Ronaldo che passava più tempo in infermeria che in campo.

Eppure Moratti non ha mai mollato un attimo, ha continuato ad investire (in totale 1,5 miliardi di euro!) perché l’Inter per lui era più che un giocattolo. L’Inter era un gioiello, un figlio per Massimo Moratti, un figlio a cui dare continuamente attenzioni, per far sorridere 160 milioni di tifosi in giro per il Mondo. Gli allenatori e i calciatori cambiavano con continuità, ben presto anche Ronaldo divenne un lontano ricordo, ma Moratti era sempre lì. E io, e noi, insieme a lui: perché l’Inter non si tifa. L’Inter si ama, quando vince e quando perde.

Massimo Moratti
Moratti abbraccia Mourinho al Santiago Bernabeu: l’Inter è appena tornata sul tetto d’Europa dopo 45 anni

Poi arrivano gli anni di Mancini e Mourinho, quelli del dominio assoluto in Italia culminato con la Champions League del 2010. Moratti aveva raggiunto il suo obiettivo: eguagliare suo padre. Si tolse poi anche il lusso di superarlo, vincendo il Mondiale per club: era l’Inter di Benitez, poi divenne l’Inter di Leonardo. Era una squadra ancora vincente ma nell’aria era già cambiato qualcosa. Di nuovo anni difficili: Gasperini, Ranieri, Stramaccioni e ora Mazzarri, per provare la risalita. In tutto questo l’unico denominatore era Massimo Moratti: lui era a Siena per festeggiare l’ultimo Scudetto, era a Madrid per la Champions, è stato anche a San Siro nelle tante figuracce collezionate negli ultimi tre anni.

Un altro presidente sarebbe fuggito a gambe levate, lui ha saputo resistere anche alle critiche, ingenerose, di chi gli imputava le principali responsabilità della nuova decadenza nerazzurra. E’ proprio vero, nel calcio non esiste riconoscenza.

L’interista vero, quello affezionato ai colori più che ai trofei, non potrà mai dire una sola parola negativa sui 18 anni di presidenza di Massimo Moratti. L’interista vero, oggi, è dispiaciuto: forse con Thohir l’Inter tornerà grande, ma sarà diverso. Ora c’è la consapevolezza che l’ultimo dei presidenti-tifosi ha passato la mano, ma l’ha passata per il bene del suo gioiello, della sua Inter.

Oggi, mentre ero in treno, ripercorrevo i tanti ricordi che ho di Moratti e degli anni in cui l’ho visto e ammirato alla guida dell’Inter. Pensavo ad un gesto, quello dell’ombrello rivolto a Ronaldo durante il vittorioso derby della Madonnina quando i nerazzurri ribaltarono l’iniziale svantaggio segnato proprio dal Fenomeno, tanto amato prima, tanto odiato in quel momento. Pensavo che nel calcio attuale, dove i presidenti pensano solo a sanare bilanci o a creare polemiche, non vedremo più nessuno fare il gesto dell’ombrello a un milanista. Non è proprio educatissimo, è vero, ma in un derby tutto è lecito, come in guerra.

Moratti gesto dell'ombrello a Ronaldo
Il gesto dell’ombrello di Moratti a Ronaldo dopo la rimonta dei suoi ai danni del Milan

Un mese fa circa, su La Gazzetta dello Sport, in seguito alla notizia che Moratti aveva deciso di cedere l’Inter a Thohir, Andrea Monti scrisse che quest’evento “è la fine di un mondo, non la fine del mondo”. Vero, verissimo, ma stasera e per qualche giorno permetteteci un pò di commozione. L’interista è nostalgico, si lega a tutti i suoi giocatori, a Ronaldo come a Brncic, ma a Massimo Moratti, nessuno si offenda, l’interista deve tanto. Deve tutto.

Grazie Presidente.

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